L’industria 4.0 che le industrie non conoscono

L’industria 4.0 è sempre più al centro dell’interesse e del dibattito di media, istituzioni e produttori di sistemi. Peccato che i suoi tasselli fondamentali (stampa 3D, Internet delle cose, realtà aumentata e virtuale, robotica e intelligenza artificiale, nanotecnologie e social manufacturing) siano pressoché ignorati proprio dai destinatari: le industrie. È quanto è emerso da un’indagine dell’anno scorso, ora in aggiornamento. Con la sensazione che le cose stiamo lentamente cambiando. In meglio.

C’è bisogno e voglia di Industria 4.0. Lo dicono le associazioni confindustriali, i politici, i giornali. C’è solo da far capire ancora bene cosa significhi Industria 4.0 (o Industry 4.0 o Manifattura 4.0 o Meccanica 4.0 o Quarta Rivoluzione Industriale o Digital Manufacturing) anche agli imprenditori. Non quelli grandi, che impiegano gli strumenti della nuova manifattura da anni, prima ancora anche venissero etichettati con il numero 4: robot autonomi, macchine e sistemi connessi tra di loro, cloud, stampa 3D e così via. Ma quelli piccoli e medi, quella marea di PMI che fanno da sempre il tessuto imprenditoriale italiano. Aziende del tessile, delle piastrelle, della gioielleria, meccaniche, terzisti dell’automotive e così via. Molte sono condotte in maniera illuminata, aperte all’innovazione e alla globalizzazione. Altre, e sono tante, sono strutture molto spesso condotte ancora dai fondatori, che lavorano bene con gli strumenti tradizionali del loro comparto ma refrattarie a ogni cambiamento sostanziale. Se ci sono soldi da investire, e spesso non ci sono, vanno nei consolidati strumenti di produzione e sviluppo: torni, frese, CAD nell’ufficio di progettazione, magazzini semiautomatici, isole di produzione automatizzate. Strumenti a volte connessi, spesso incapaci di comunicare tra di loro, acquistati da singoli reparti senza una visione d’insieme. Aziende per altri versi ammirevoli, i cui amministratori passano più tempo nel capannone con le mani sporche di grasso che in ufficio, che hanno indirizzi di posta elettronica aziendali del tipo mario42@gmail.com o meccanicadiprecisione@tiscali.it e siti vetrina, quando ci sono, trascurati perché la precedenza va alla produzione. Guardano con diffidenza alle nuove etichette sull’industria del futuro e sui suo tasselli. A volte a ragione, perché associano concetti come l’Internet delle cose, per fare un esempio, alle frivole macchine per il caffè che fai partire con quattro clic sull’app per poi andare comunque in cucina a berlo o a ottusi frigoriferi che dovrebbero ordinare da soli il latte che sta finendo. E non hanno ancora piena consapevolezza del fatto che l’Internet delle cose è anche una macchina industriale sempre connessa con il suo costruttore, che in questo modo può capire se si sta per rompere o se ha bisogno di manutenzione. Che l’Industria 4.0 può essere lo strumento giusto per uscire dalla crisi.

Un laboratorio per aziende smart

Le aziende italiane hanno bisogno, insomma, di saperne di più e di saperlo in linea con le loro effettive esigenze e competenze: conoscere le tecnologie ma anche e soprattutto i loro ambiti applicativi. Un lavoro di divulgazione e di operatività che viene fatto anche in ambito universitario e in particolare portato avanti con determinazione ed efficacia dal laboratorio RISE (Research & Innovation for Smart Enterprises) del dipartimento di ingegneria meccanica e industriale dell’Università degli studi di Brescia. Il laboratorio sviluppa la propria attività su tre aree di interesse principali: produzione (affidabilità, qualità, produzione snella…), operatività (logistica, gestione della catena degli approvvigionamenti, ridisegno dei processi…) e supporto (controllo di gestione, innovazione digitale…). In particolare, RISE promuove una nuova visione della catena di distribuzione, fondata su tre elementi principali: circolarità, digitalizzazione e servitizzazione. Nel primo caso si tratta di ridisegnare prodotti e processi produttivi in maniera da riutilizzare i materiali impiegati ed eliminare le fonti di spreco, nel secondo di impiegare le tecnologie digitali per estendere le funzionalità dei prodotti, migliorare efficienza ed efficacia dei processi e sviluppare nuovi modelli di business. La servitizzazione (brutto neologismo derivante dall’inglese servitization, ma registrato anche dal dizionario Garzanti) indica invece la strategia di passare dall’offerta di prodotti alla messa a disposizione di soluzioni atte a risolvere i problemi dei clienti, combinando beni materiali e (servizi) immateriali.

Le prospettive per la manifattura digitale

Attività pensate per la aziende molto aperte ai cambiamenti. Ma quante sono queste aziende in Italia e quante conoscono veramente i concetti di manifattura digitale? Se lo sono domandati anche i ricercatori del RISE Massimo Zanardini e Andrea Bacchetti, entrambi laureati in Ingegneria Gestionale e autori dell’ottima ricerca The Digital Manufacturing Revolution: quali prospettive per le aziende manifatturiere italiane. È stata pubblicata lo scorso anno, ma è ancora attualissima sia per le analisi contenute sia per quanto è emerso dall’indagine effettuata su un panel di aziende manifatturiere italiane per verificare la conoscenza, la diffusione e l’implementazione di queste tecnologie digitali.  «Lo scenario competitivo globale – si legge nel rapporto –  sta subendo profondi cambiamenti. In primo luogo, la domanda commerciale è e sarà sempre più frammentata, in relazione alle crescenti esigenze di personalizzazione da parte dei clienti: il business del futuro non consisterà tanto nel produrre pochi prodotti in elevate quantità, bensì nella capacità di produrre e commercializzare gamme sempre più ampie di articoli, in volumi limitati. Inoltre, la manifattura smetterà di essere strettamente la produzione di beni materiali e si sposterà sempre di più verso una produzione di soluzioni, in cui bene materiale e servizi immateriali saranno sempre più integrati».

Alla luce di questi cambiamenti, per i due ricercatori è sensato pensare a una riconfigurazione almeno parziale delle attività manifatturiere, con un modello produttivo decentrato e orientato alla flessibilità e alla reattività. Passare, in sintesi, dalla produzione di massa alla personalizzazione di massa. «In questo cambio di paradigma – si legge nel rapporto – giocano un ruolo chiave le nuove tecnologie digitali, potenzialmente in grado di trasformare i processi, i prodotti e la loro modalità di proposizione sul mercato (modelli di business). In una sola parola, ci si aspetta che queste tecnologie siano disruptive, in grado cioè di abilitare una nuova rivoluzione industriale. L’interesse prioritario del progetto è quindi quello di contribuire alla creazione di evidenze empiriche, ottenute analizzando a 360° alcune tecnologie digitali, considerando sia come sono percepite/utilizzate dalle aziende manifatturiere, sia come sono proposte sul mercato dai provider tecnologici».

Sette aree sconosciute

I ricercatori del RISE hanno individuato sette aree tecnologiche cruciali per la manifattura: stampa 3D, Internet delle cose, realtà aumentata, realtà virtuale, robotica e intelligenza artificiale, nanotecnologie e social manufacturing. E hanno sottoposto una serie di domande a 70 aziende manifatturiere italiane, cercando in primo luogo di capire quanto conoscono realmente queste tecnologie. «Una quota parte rilevante delle aziende manifatturiere – affermano i ricercatori – non ha ad oggi una conoscenza (nemmeno superficiale) delle tecnologie indagate. Dai risultati emerge come solo la stampa 3D risulti nota a più della metà del campione (61%), peraltro con una buona percentuale (27%) di aziende dotate di conoscenza approfondita. Solo il 44% delle aziende possiede del know-how relativo ad applicazioni dell’Internet delle Cose, ma solamente il 5% ne ha una conoscenza approfondita. Per le altre tecnologie il livello di conoscenza è ancora più basso, con picchi di “non conoscenza” che vanno dal 65% della realtà aumentata, fino ad oltre l’80% per le nanotecnologie». La maggior parte delle aziende del campione non sta utilizzando queste tecnologie e non sembra nemmeno intenzionata a farlo nel breve periodo. Solo il 21% delle aziende del campione sta concretamente impiegando la stampa 3D, mentre scende al 15% la percentuale delle manifatture che impiegano l’Internet delle cose. I sistemi di social manufacturing e di robotica avanzata raggiungono la soglia dell’11% del campione, mentre le restanti tecnologie non superano il 4%.

Poche aziende le utilizzano, ma quelle che lo hanno fatto stanno ottenendo benefici al di là delle loro previsioni. «I benefici a cui le aziende ambiscono grazie a queste tecnologie – affermano i relatori del rapporto – possono essere ricondotti a cinque macro-categorie: qualità e servizio (sviluppare prodotti con funzionalità incrementate), reattività (ridurre il time-to-market), efficienza (contenere i costi), controllo e affidabilità (controllare e monitorare processi e prodotti), flessibilità (ridurre i tempi di setup, producendo piccoli lotti in modo competitivo). I benefici attesi, per quasi tutte le tecnologie, raggiungono punteggi molto elevati con riferimento alle aree di qualità, servizio e reattività. Anche la ricerca di una maggiore integrazione di filiera viene dichiarata come un beneficio rilevante, con specifico riferimento al processo di sviluppo nuovi prodotti. Appaiono invece obiettivi meno rilevanti la riduzione dei costi e la ricerca di una maggiore produttività, a dimostrazione della transizione in essere tra il paradigma della produzione di massa verso quello della personalizzazione di massa. Considerando le tecnologie più note ed impiegate (stampa 3D e internet delle cose), i benefici raggiunti risultano mediamente superiori a quelli attesi.

Nuova indagine, nuove figure professionali

Dal momento che il rapporto The Digital Manufacturing Revolution: quali prospettive per le aziende manifatturiere italiane è stato basato su dati raccolti a cavallo tra il 2014 e il 2015, e che un anno e mezzo è tanto alla velocità con cui si muovono le cose oggi, abbiamo chiesto a Massimo Zanardini la sua impressione sullo stato attuale delle cose. «Abbiamo la sensazione che la situazione stia lentamente migliorando – spiega il ricercatore – ma per corroborare con dati concreti abbiamo l’obbiettivo di fare una sorta di film dell’evoluzione dell’adozione delle tecnologie digitali nelle imprese italiane mediante una serie di “fotografie”. Da metà settembre abbiamo quindi avviato la raccolta dei dati per una nuova fotografia, una nuova edizione della ricerca nella quale sarà sempre centrale il ruolo dell’Impresa 4.0 (che chiamiamo definitivamente così per allinearci alla terminologia adottata dal ministero dello Sviluppo Economico) e quindi delle nuove tecnologie digitali a supporto di questo fenomeno, tra cui la stampa 3D, che riteniamo essere una delle più importanti tecnologie abilitanti per le manifatture italiane sia in termini di modifiche di prodotto sia in termini di modifiche dei processi produttivi». In attesa di poter sostenere con i numeri l’affermazione sulla maggior presa delle tecnologie digitali nelle imprese italiane, Zanardini è comunque del parere che le imprese sono sempre più attirate da queste tecnologie e, soprattutto, dalle loro possibili applicazioni. Il ricercatore ritiene che capire a fondo quale sia il processo di adozione di queste tecnologie è difficile per le aziende, così come è impegnativo inserirle in un contesto aziendale che comprenda tutte le aree e tutti i reparti. «Molto spesso – aggiunge – mancano figure professionali che vadano oltre le competenze sulle singole tecnologie. Devono nascere progettisti additivi e 3D designer, ma anche figure più traversali che oggi cominciano a farsi avanti come i Chief Digital Officer e gli Strategy&Innovation manager che si occupino di gestire il processo di innovazione avendo una visione di insieme dell’intera struttura aziendale e della filiera produttiva. Solo con questo approccio sistemico le aziende potranno godere dei veri vantaggi abilitati dalle tecnologie digitali, ben superiori a quelli ottenibili attuando una logica che procede per singoli reparti».

Moreno Soppelsa

Moreno Soppelsa è un giornalista e fotografo con competenze nella diffusione di contenuti nei nuovi e vecchi canali, dalla carta stampata ai social media, dai siti Web alle App.

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